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"E se i robot ci salvassero dalla disoccupazione?" Scuola Paritaria S. Freud

22 giugno 2017

Tipologia B - Saggio breve - Ambito socio-economico

Titolo: E se i robot ci salvassero dalla disoccupazione? Prof.ssa Daniela Rosa Adele Ferro

“Nei prossimi dieci anni la tecnologi creerà o cancellerà posti di lavoro?”.  Questa è la domanda che si pone il Pew Research. Anzi, la domanda che questo ha rivolto a duemila addetti ai lavori nel campo della tecnologia, come è riportato nell’articolo della giornalista Stefania Medetti, “Il lavoro nel futuro: i robot saranno una minaccia o un’opportunità?”, pubblicato sulla rivista “Panorama”.

È la domanda di questo tempo. La più attuale, sia per chi, come i giovani, spera di inserirsi il prima possibile nel mondo del lavoro, sia per chi di quel mondo fa già parte e, che lo voglia oppure no, deve per forza reinventarsi.

La tecnologia vissuta come una possibile minaccia è un concetto che non fa bene a nessuno. Né ai nativi digitali né agli immigrati digitali. A suggerire una plausibile risposta alla domanda di Pew Research è la storia stessa. I lavoratori dell’anno 2017 sono gli eredi di tre rivoluzioni industriali. La prima – la rivoluzione inglese, della seconda metà del Settecento – che ha avuto come protagonista il vapore. La seconda – quella legata alle idee del Positivismo e alla fine dell’Ottocento – che ha avuto come suo simbolo il petrolio. La terza, infine, la più recente, quella detta “del silicio”, la rivoluzione informatica, appunto, che è stata innescata negli anni Ottanta del secolo scorso. Scuola Privata Milano Freud

Tre rivoluzioni industriali, con un enorme impatto sul fronte del mondo del lavoro, sul bisogno di manodopera.  Eppure oggi – anno 2017 – la manodopera esiste ancora. Si parla di crisi. Si parla di disoccupazione. Si parla di emergenze. Vero. Nessuno è cieco davanti a questa realtà. Ma chi già in passato aveva previsto che il progresso della scienza e della tecnica avrebbe avuto effetti drastici per i lavoratori in carne ed ossa è stato parzialmente smentito dalla storia. E questo perché, al cambiare dei tempi e delle necessità, al mutare dei bisogni, l’uomo – gradualmente – ha saputo comunq         ue mettersi al passo con essi. Come? Creando nuove competenze e formando le nuove generazioni in nuovi ambiti di conoscenze.

Il 52% di coloro che hanno partecipato all’inchiesta “Future of the internet” di Pew Research, come è riportato nell’articolo della Medetti, “si dice fiduciosa delle possibilità che la tecnologia e l’innovazione saranno in grado di creare più posti di lavoro di quanti ne andranno perduti a vantaggio dei robot”. Si pensi all’introduzione del taylorismo nelle fabbriche, a partire dalla Ford: la catena di montaggio ha certo ridotto un certo tipo di manodopera, ma ne ha per forza generato un altro tipo, quella formata da coloro che hanno dovuto metterla in pratica.

Della stessa opinione è anche l’esito della ricerca “Skills Revolution” condotta dal Manpower Group, riportata dall’articolo di Federica Meta “Industria 4.0, contrordine: i robot creano lavoro”, pubblicata sul sito Corcom.it. Se esistono i robot, la situazione che ci si trova a fronteggiare è duplice: da un lato, ogni robot toglierà il posto di lavoro a tot lavoratori, ma dall’altro, per ogni robot, ci sarà alle spalle un team di lavoratori con diverse competenze e specificità, che lo avrà progettato e poi costruito e infine programmato. Anzi. La prospettiva che è possibile configurare, partendo dalle nuove generazioni come nativi digitali, è che nel tempo andranno ampliandosi le opportunità lavorative: più il mondo del lavoro ricorrerà alla digitalizzazione e all’automazione, più saranno necessarie persone capaci di realizzarle e di usarle. E persino di crearne di nuove. E proprio quest’ultima prospettiva è molto allettante, a patto che anche il mondo della scuola si muova allo stesso ritmo e provveda a formare rapidamente nuove figure professionali. Insomma, la diminuzione di occupati in un dato settore non è per forza sintomo di crisi e di disoccupazione. È invece uno stimolo, una sfida al cambiamento. E la generazione dei nativi digitale sembra volerla accogliere ed essere protagonista, come sostiene l’articolo della Meta, “di questa quarta rivoluzione industriale (…) con una creazione di posti di lavoro prevista tra il 31% ed il 40%”. E questo per dare delle cifre che riguardano l’Italia. Istituto Tecnico Tecnologico Informatica Freud

Se tuttavia si prendesse in mano la medaglia dell’innovazione tecnologica 2.0 e la si girasse, per cercare di comprendere quale sia il possibile risvolto negativo di questo fenomeno già in atto? Un progresso ha con sé un aspetto uguale e contrario. Qualcuno progredisce, qualcun altro ne paga il prezzo. Qualcuno guadagna, a danno di altri. Allora, chi potrebbero essere questi altri?

I lavoratori più anziani, certo, e questo ovunque. O comunque coloro che, a dispetto dell’età, sono troppo resistenti al cambiamento, non lo accettano e non riescono ad adeguarsi.

Si pensi però su scala più ampia, non al target del lavoratore, ma al livello di sviluppo di un Paese. Chi resterebbe tagliato fuori? Enrico Marro, nel suo articolo “Allarme Onu: i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano” (dal “Sole 24Ore”), sostiene che “nel mirino dei robot ci sono soprattutto i Paesi emergenti”. Questo, almeno, è il dato emerso dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Sì, perché i Paesi che si sono affacciati solo in tempi relativamente recenti al mondo dell’industria hanno potuto farlo sfruttando la loro “ricchezza” (concetto comunque moralmente discutibile) costituita da una manodopera a basso costo. Una manodopera che potrebbe essere sostituita dall’automazione senza provocare grosse spese a chi, fino a ieri, si è rivolto ai Paesi in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. La macchina lavora di più, produce di più, consente di ridurre il costo dei prodotti sul mercato, aumentando le vendite e il margine di guadagno dell’imprenditore. Lo si sa dalla prima rivoluzione industriale, che non a caso produsse il fenomeno del luddismo. Scuola Paritaria Economico Turismo Freud

Dunque questi Paesi sono condannati alla “desertificazione economica”. Se da un lato è innegabile che le conseguenze della digitalizzazione e della automazione del lavoro sono e saranno più gravi nei Paesi in via di sviluppo, è altrettanto vero che la loro situazione di emergenza, proprio perché evidente, deve condurre a una maggiore responsabilizzazione soprattutto da parte dei Paesi più avanzati, che per anni si sono arricchiti sfruttando quella manodopera low cost, come si dice oggi. La risposta e la soluzione stanno ancora nella formazione: solo se in quei Paesi si potrà (o si vorrà) agire attraverso un’attività mirata di formazione sulle nuove competenze digitali, la loro economia – per usare ancora la stessa metafora – non sarà un nuovo deserto. Chi potrà, chi vorrà: questa è un’altra storia.

Prof.ssa Daniela Rosa Adele Ferro


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