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PERCHÈ RIMPROVERIAMO GLI ALTRI? SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

21 maggio 2016

Uno studio su Nature sostiene che riprendere i cattivi comportamenti di qualcuno, anche quando non ci danneggiano direttamente, serva a farci apparire più affidabili. E in qualche modo a migliorare la nostra reputazione.

Se generalmente assumiamo atteggiamenti di rimprovero verso gli altri, tentiamo di cogliere gli altri in fallo, perché lo facciamo?

Replicare alla domanda è argomento di antropologia, psicologia e anche di economia; sì, perché abbandonare qualcosa – che sia dall'amicizia di un collega, a una festa tra amici a un prodotto che abbiamo deciso di contestare perché consideriamo non morale – è comunque un costo; a fronte di quali benefici? Una delle concezioni più diffuse è che queste presunte “punizioni di terze parti” o “penalità altruistiche” portino comunque dei benefici nella collettività, che complessivamente si comporterebbe così in maniera più giusta, o per lo meno questa sarebbe l’orientamento, grazie al rimprovero che funzionerebbe come una sorta di deterrente. Uno studio pubblicato su Nature suggerisce, infatti, che i benefici si accrescano anche all'individuo stesso che punisce qualcun altro, anche se quanto fatto, non lo nuoce direttamente. A quanto pare il solo fatto di bacchettare gli altri lo renderebbe più affidabile, sostiene il team di David Rand dell’Yale University che ha seguito con i colleghi le dinamiche di un curioso esperimento in cui ci si doveva dividere del denaro.

In particolare, durante il gioco-esperimento, i partecipanti potevano o no dividere i propri soldi con qualcun altro. Una terza persona era chiamata a “punire” eventuali comportamenti giudicati ingiusti o più propriamente egoisti (come non condividere i soldi) perdendo a sua volta parte di un proprio piccolo capitale nella circostanza in cui lo faceva. In seguito i ricercatori hanno chiesto a un nuovo gruppo di persone che aveva osservato questa prima parte dell'esperimento (chiamati 'chooser') di stabilire se premiare, sempre in denaro, i partecipanti al primo round. I premiati poi potevano o no restituire i soldi. In tutto questo dare-avere, i ricercatori hanno osservato dei pattern: generalmente chi puniva aveva una maggiore probabilità di ricevere dei soldi e a loro volta questi erano quelli che più probabilmente li ridavano indietro. Ma non solo: in un diverso set applicato gli scienziati hanno osservato che se chi doveva giudicare aveva l'opportunità non solo di punire l'egoismo ma anche di dividere i propri soldi con un estraneo, le punizioni stesse riducevano e la generosità era premiata (nello specifico i 'chooser' si concentrava su quest’aspetto più che sulla tendenza a punire). Come interpretare i risultati?

“Sebbene consciamente non lo realizziamo”, ha commentato Rand: “i nostri risultati propongono che l'atto stesso del punire serve a mostrare agli altri di essere affidabili quando non si ha la possibilità di mostrarsi pronti ad aiutare direttamente”. In sostanza: l'atto del punire, del riprendere, servirebbe come diretta indicazione della propria affidabilità, quando questa non può essere esibita apertamente (come per esempio attraverso la generosità). In altre parole: punire gli altri ci fa apparire migliori, aumenta la nostra reputazione,

aiuta in parte anche a spiegare perché abbiamo sviluppato il senso dell'ingiuria morale. Tutto questo, finisce il ricercatore, non esclude l'utilità sociale del rimprovero, ma afferma solo che in parte questa abbia anche ragioni più egoistiche di quanto creduto.

 


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